Matteo 5,11-16 - Luce, sale, città

Matteo 5,11-16 - Luce, sale, città

Matteo 5,11-16
Luce, sale, città


11Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

12Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi.

13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato?
A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.

14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

16Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.

(Bibbia CEI 2008)

Commento:

Matteo 5,11-16


Il discorso della montagna (5,1-7,29) è aperto con le beatitudini. Ripetiamo qui i vv. 11-12 che chiudevano la sezione precedente, dato che mentre sono una beatitudine, allo stesso tempo aprono il discorso diretto ai discepoli. Sono un ponte tra i paragrafi. L’esaltazione di colui che è beato permette ai discepoli di riconoscersi in tutto l’elenco dei vv. 3-10; il «voi» che continua nei vv. 13-16 specifica la missione di chi segue Cristo con le metafore del sale, della luce e della città.

  • Insultare, perseguitare, mentire contro voi. I lettori di Matteo vivono il primo tempo delle persecuzioni e si chiedono il motivo di tanta ostilità. Luca, che scrive poco dopo Matteo, aggiunge i gesti della cacciata dalla comunità per segnare che la separazione Israele-Chiesa è in atto («vi metteranno al bando, disprezzeranno il vostro nome come infame» Lc 6,22). Queste parole, al di là del contesto in cui vengono scritte e trasmesse, sono rimaste vere per ogni tempo. Il maligno, infatti, sempre odia coloro che seguono Gesù (Ap 12,17) e crea divisione tra quelli che custodiscono la Parola (Pr 10,12; 1Tm 6,3-5; 2Tm 2,22-26). Tenta di dividere i fratelli Ebrei e Cristiani e vuole dividere, tanto i cristiani tra loro, quanto ogni uomo e donna del mondo. Egli semina zizzania; è, infatti, un nemico (Mt 13,28).
  • Beati. La beatitudine nasce dalla consapevolezza di essere figli del Padre (Mt 5,45; 6,1; 16,17). Come il Figlio, così i cristiani sono pieni della vita di Dio. Con la luce che è Gesù (Gv 8,12) danno vita e pienezza a quanti incontrano. Ciascuno di noi ha una propria esperienza della paternità. Alcuni hanno splendidi esempi di padre, altri invece quella di un padrone, di un proprietario, di un usurpatore della libertà o al contrario subiscono un’assenza che si fa vuoto esistenziale. Dio non è nessuna di queste possibilità. La Scrittura conosce queste distorsioni della paternità e le rifiuta. Il Figlio è l’unico che conosce il Padre e ci mostra il suo volto (Mt 11,27) nella misericordia, nella tenerezza e nel camminare accanto a tutti. I piccoli e gli umili possono riconoscerlo (Mt 11,25). Il resto è la menzogna di chi usa l’immagine di Dio per coprire quella del Padre datore di vita, grazia e libertà (Mt 18,32; 25,25).
  • Il sale. Dare gusto e conservare i cibi sono le prime funzioni legate alla metafora del sale. Il discepolo è quella presenza nascosta, ma necessaria, affinché la sapienza di Dio informi ogni realtà. Egli è la presenza critica e discreta che chiede discernimento per distinguere il vero dal falso, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia; egli è beato perché ascolta la Parola (Lc 11,28) e mette in pratica l’esempio di Gesù che è la carità (Gv 13,17). Mc 9,50, parallelo di questo brano, invita ad avere «sale in voi stessi», cioè restare sempre discepoli, senza diventare presuntuosi maestri, infatti uno solo è il Maestro e uno solo è il Padre (Mt 23,8-12). Le opere buone se viste, devono dar gloria al Padre (v. 16).
  • La luce e la città sul monte. La luce è una metafora impegnativa. Essa spesso rappresenta la gloria di Dio e il vedere come Egli vede (Sal 36,10). In 1Tm 6,16 Dio abita «una luce inaccessibile», ovvero nel suo mistero non si può fissare lo sguardo per possederlo. In Is 58,1-12 illuminare è proprio di chi cammina nella volontà di Dio. Non i gesti pii e le voci alzate verso il cielo, ma un cuore che vive la carità manifesta l’amore di Dio. Legato all’essere luce che illumina è il paragone con la città posta in luogo elevato. Forse è una nota di Matteo rivolta a Gerusalemme e alla cittadella di Sion. Il compito di Israele di essere luce delle nazioni (Is 2,2-5; 49,6) ora è per tutte le nazioni (At 13,44-52).

Il paragone tra il discepolo e la luce tenta di tradurre la somiglianza con Dio. Non l’identità o uguaglianza, ma la somiglianza nel senso della testimonianza. Fa interrogare, a duemila anni di distanza, come mai Gesù inviti a essere un segno di attrazione per il mondo, ma il mondo oggi tutto brama essere, meno che cristiano.

Gesù, luce del mondo (Gv 8,12; 9,5), ci invita ad abbandonare le tenebre per indossare gli strumenti della luce (Rm 13,12). Occorre dunque chiedere al Signore di saper essere testimonianza critica, discreta (sale) e profetica (luce). Egli è il «sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,78-79).


Richiami nel testo: Mt 4,12-17; 13,18-23; Mc 4,21; 9,49-50; Lc 11,33; 14,34; Gv 15,18; Rm 2,19; 1Pt 2,21-25;

Le opere: Mt 7,21-23; 21,28-32; 25,31-46.

Matteo 5,11-16 - Luce, sale, città

Luce e sale del mondo come città e lampada visibili e capaci di infondere chiarezza e sicurezza. Così sono chiamati ad essere i discepoli di Cristo. Beati perché colui che chiama è sempre accanto a loro e mostra il Padre

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